La partenza degli Stellari

 

Dopo che il Saar Rosso attraverso lo sciamano Sar si impadronì del Nuur Rosso le cose in tutta l’isola peggiorarono rapidamente e il degrado della luminosa e millenaria civiltà dei Sar’d divenne irreversibile.
Il portale che lo sciamano Saar aveva aperto quando si era messo al servizio del Saar Rosso, permise ai Nuovi Esseri di entrare in gran numero nella nostra dimensione. Nel farlo, come era successo al Saar Rosso, diventavano più densi e assumevano forma di rettili − serpenti o draghi, a seconda del loro rango. Ormai tutti li percepivano e li vedevano, anche se loro erano in grado di scomparire rendendosi invisibili grazie alla loro maestria nel modulare le proprie frequenze.
I più potenti si impadronirono l’uno dopo l’altro dei principali nuur sparsi in tutta l’isola.
I Rettili suscitavano rispetto e ammirazione, pur incutendo a molti anche un certo timore. La loro malvagità divenne sempre più manifesta, ma grazie al loro potere seduttivo le loro azioni crudeli venivano viste dai più come interessanti e divertenti novità, tanto più allettanti in quanto nel corso dei millenni i Sar’d non le avevano mai potute sperimentare.
Uccidere altri esseri viventi per il proprio tornaconto o semplicemente per provare nuove emozioni iniziò ad essere considerato normale e addirittura ammirevole.
Anche i fratelli animali, che avevano sempre convissuto armoniosamente con i Sar’d in un rapporto di reciproco arricchimento, iniziarono ad essere uccisi per essere mangiati o per altri scopi. O per puro divertimento.
Chi cercava di opporsi a tutto questo o semplicemente non si piegava completamente al nuovo dominio, veniva insultato e deriso, e, se non veniva ucciso prima, ben presto era costretto ad abbandonare la sua comunità e a vivere da reietto. Molti non erano in grado di sopravvivere da soli in mezzo ai boschi o alle montagne, e morivano per la fame o per il freddo.
Gli sciamani e le sciamane che ancora riuscivano a non cedere alla seduzione dei Rettili, venivano comunque obbligati ad assistere ai massacri e alle uccisioni che ormai erano la norma in ogni celebrazione.
Le Cerimonie di Unione furono trasformate in rituali violenti nel corso dei quali gli uomini più potenti al governo della comunità stupravano le giovani vergini più attraenti per fecondarle col proprio seme. I figli che nascevano da questi stupri venivano considerati dei superuomini, i Nuovi Sar’d. Dopo lo svezzamento le madri venivano uccise davanti a loro e lasciate morire dissanguate. Poi i bambini venivano lavati col sangue della madre in un macabro rituale.
Le celebrazioni nei Giorni Sacri del Ciclo del Sole e della Luna ­­− come i solstizi e gli equinozi, o altri giorni in cui si verificavano particolari congiunzioni astrali – che prima erano feste comunitarie caratterizzate dalla gioia e dall’amore, e da una profonda comprensione del legame fra i Sar’d e la Galassia, diventarono invece occasioni per il massacro di animali. Capre, pecore, maiali e persino cavalli e cani venivano sgozzati in gran numero mentre i partecipanti entravano in una sorta di estasi che li portava al cospetto del Rettile a cui i sacrifici erano offerti e li faceva sentire potenti e invincibili. Il cuore della cerimonia era l’uccisione rituale di un bambino o una bambina di pochi anni che veniva pugnalato al cuore dallo sciamano che officiava la cerimonia. Questo orrendo rituale santificava il patto tra i Rettili, i nuovi Saar che si ergevano a potenti e invincibili divinità, e il popolo dei Sar’d. E i genitori consideravano un onore che il proprio figlio o la propria figlia venisse prescelto per il sacrificio.

I nuur e gli altri santuari di pietra divennero muti e quasi privi di vita. Quand’erano vive le pietre erano in grado di modificare a piacimento la struttura delle costruzioni di cui facevano parte a seconda della necessità, e potevano modificare le loro frequenze fino a vibrare come luce pura, ma nel tempo del Degrado diventarono sempre più rigide e immobili.
Anche il Nuur Rosso perse velocemente il suo potere. Un tempo la Sala Sacra nella torre centrale quando era necessario era in grado di ampliarsi fino a contenere diverse centinaia di persone. Ma dopo la Cerimonia insanguinata diventò molto più piccola senza più riuscire a ingrandirsi.
Io ancora abitavo in una delle torri secondarie del nuur, perciò potevo comunicare con lui, anche se per entrambi la comunicazione risultava sempre più debole e confusa. Il Nuur Rosso però riuscii a mettermi al corrente della situazione dal suo punto di vista. E quello che mi disse, anche se già lo avevo percepito, non mi rassicurò.
Mi spiegò che ormai il Saar Rosso si era impadronito dei suoi gangli vitali allo scopo di renderlo uno strumento di connessione con la dimensione originaria dei Rettili, e di amplificazione del loro potere nella nostra dimensione. Tutti i nuur dell’isola che erano sopravvissuti ai due Diluvi, e gli altri santuari di pietra, si trovavano nella stessa situazione. Perciò in accordo col Popolo di Luce del Sole Centrale avevano deciso di ritirarsi in una dimensione estremamente rarefatta così da minimizzare gli inevitabili danni che il dominio dei Rettili avrebbe causato loro. In questo modo avrebbero potuto conservare i loro poteri e la loro memoria, mentre solo i loro corpi energetici più densi sarebbero stati coinvolti nel degrado.
Questo significava che ben presto le pietre del Nuur Rosso non avrebbero più parlato e anche la nostra comunicazione si sarebbe interrotta. Per quanto fossi estremamente addolorato da questa prospettiva, mi rendevo conto che la decisione presa dai nuur era l’unica scelta possibile.
«Quando sarà il momento tornerò a ridestarti» gli promisi, d’istinto, senza capire bene cosa effettivamente intendessi dire. «Quando sarà il momento tornerò.»
Dopo quella conversazione, avvenuta qualche mese dopo la Cerimonia insanguinata, decisi che non aveva più senso restare nel nuur, e con Al-Sha mi ritirai a vivere in una capanna nella cerchia esterna al Nuur Rosso. Ormai le bende che portavo erano diventate per me una seconda pelle, e la luce che riuscivo a vedere filtrare dalle bende divenne sempre più debole e ben presto si spense del tutto. La cecità che avevo preso dal Saar Rosso in qualche modo era però una benedizione. Mi permetteva di non vedere le atrocità da cui ero circondato, non almeno con gli occhi fisici.

Quelli che soffrirono maggiormente in questa prima fase del degrado furono gli Stellari.
Inizialmente furono banditi da tutti i nuur e dagli altri luoghi sacri, e se venivano trovati nelle vicinanze venivano catturati e uccisi.
Le loro comunità furono isolate e diventò sempre più difficile per loro sopravvivere. Gli sciamani che non avevano ancora ceduto ai Rettili, come Nun, si davano da fare per procurargli il cibo e le altre cose di prima necessità, contando su una rete di persone che cercavano di resistere al nuovo dominio e sempre più nascostamente si adoperavano per aiutare chi era in difficoltà. Il prezzo, se si veniva scoperti, era la morte, spesso tra efferate sofferenze.
Oltre questo, gli scherani dei Rettili organizzavano delle vere e proprie cacce agli Stellari, che dopo essere stati catturati venivano uccisi e spesso torturati in cerimonie pubbliche o, a seconda del loro rango e del loro potere, in rituali riservati agli sciamani più importanti che nutrivano il proprio potere col loro sangue.
Gli unici che non furono toccati se non marginalmente da queste atrocità furono i Dorati, così chiamavamo i fratelli che venivano dal sistema dei Sette Soli. Mentre le altre popolazioni entrando nella dimensione terrestre gradualmente si erano in parte densificati, diventando più facile preda dei Rettili, i Dorati avevano mantenuto la loro originaria capacità di rarefarsi e quindi riuscivano, quando si trovavano in pericolo, a scomparire letteralmente dalla banda di frequenze entro la quale i Rettili erano in grado di percepire e di agire.
Anche il Nuur Bianco, guidato da una sciamana la cui madre era una Dorata, fu protetto, e divenne il loro rifugio. Finché loro restarono, i Rettili non osarono cercare di conquistarlo.
Probabilmente era per questo che Al-Sha non aveva avuto paura di rimanere con me nel Nuur Rosso, visto che anche sua madre era una Dorata.
Ma gli altri popoli stellari, i Sir e gli Haar in particolare, che fin dall’inizio del Tempo dei Saar si erano legati ai Sar’d ed erano venuti numerosi a vivere nella nostra isola unendosi a noi, non ebbero questa fortuna.
Banditi, cacciati, torturati e uccisi, erano tuttavia riluttanti a tornare nelle loro stelle. Ormai da millenni la Terra dei Sar’d era anche casa loro.
Ma quando la situazione divenne palesemente senza via d’uscita le varie popolazioni stellari ancora presenti nella nostra isola decisero di partire e abbandonare l’isola. I primi a deciderlo furono i Sir, i più legati a noi.
Fummo informati di questa partenza, e insieme a Nun decidemmo di recarci alla Valle dei Pianeti, uno dei pochi santuari di pietra ancora attivi. Era il punto principale in cui arrivavano dalle varie stelle le astronavi in visita e dove Stellari e Sar’d da tutta l’isola si recavano per incontrarsi e celebrare insieme. Per questo una coalizione di stellari era riuscita a preservarlo. Ma era ormai circondato dalle energie dei Rettili, che in numero sempre maggiore entravano nella nostra dimensione.
Nun venne a trovarmi al Nuur Rosso, quando ancora non era stato definitivamente bandito dallo sciamano Sar, e mi mise al corrente della situazione. Mi disse che era stata convocata un’assemblea di tutti gli Stellari e che ovviamente entrambi saremmo stati i benvenuti. Ci mettemmo subito in cammino verso la Valle dei Pianeti, insieme ad Al-Sha. Il viaggio fu penoso. Pur non avendo più la vista, percepivo con dolorosa chiarezza il degrado dei luoghi che attraversavamo.
Quando arrivammo alla Valle dei Pianeti ci riunimmo in assemblea nella Sala Circolare con i rappresentanti delle varie popolazioni stellari. C’era anche Anthymos, un Saggio dei Sir che veniva spesso in servizio alla comunità dei Sir di stanza nell’isola. Era venuto per sovrintendere alla partenza.
Anche tutte le altre popolazioni stellari furono concordi sul fatto che non era più possibile restare. L’energia dissonante che si stava estendendo a macchia d’olio in tutta la Terra dei Sar’d era ormai diventata intollerabile. Gli unici che decisero di restare furono gli Haar, che avevano un legame particolare col Nuur Rosso e per me erano più che fratelli. Molti dei mie allievi presenti e passati erano Haar e io in parte mi sentivo uno di loro.
Dissero che si sentivano troppo legati ai Sar’d e alla nostra terra, e che finché potevano aiutare a rallentare il degrado con i loro poteri sarebbero rimasti. In effetti la loro energia sui piani sottili sembrava in qualche modo indebolire il potere dei Rettili e per questo erano i più perseguitati. Ascoltando Elmer − il comandante dell’astronave Haar che era arrivato nella Valle dei Pianeti apposta per partecipare a quella riunione – esporre la decisione presa dai capi della comunità Haar, il mio cuore si strinse. Ammiravo il loro intento, ma sapevo anche fin troppo bene che se fossero rimasti ben presto sarebbero stati completamente sterminati. Solo un piccolo gruppo decise di andar via, allo scopo di mantenere viva anche su Haar la memoria del Tempo dei Saar.
Come avevo previsto, nel corso di pochi decenni tutti quelli che rimasero vennero uccisi.
Alcuni popoli stellari pur decidendo di abbandonare l’isola scelsero alcuni tra i loro sciamani più potenti che si offrirono di restare nei piani sottili per custodire i luoghi sacri.
Dopo che i portavoce di tutte le popolazioni stellari ebbero espresso la loro decisione, fu fissata la data delle partenze. Qualcuno propose di ritardarle per permettere a tutti gli Stellari di raggiungere la Valle dei Pianeti, cosa non facile visti i pericoli che gli Stellari avrebbero corso durante il loro viaggio.
Anthymos però intervenne spiegando che dato che il degrado ormai proseguiva inarrestabile non si poteva sapere quando la densità avrebbe chiuso ogni varco spaziotemporale e le astronavi non avrebbero quindi più potuto decollare, né avvicinarsi alla Terra dei Sar’d senza venire irreparabilmente catturate dalla densità.
Io manifestai il mio accordo. Anch’io percepivo che il tempo si stava chiudendo avviluppandosi in sé stesso, e lo dissi.
L’inizio delle partenze fu perciò fissato sette giorni dopo.
Con la morte nel cuore salutai i fratelli e le sorelle con cui avevamo condiviso amore, gioia, saggezza e conoscenza fin dall’inizio del Tempo dei Saar.
Elayar, la mia compagna Sir che col tempo era diventata un’amica e una sorella, mi salutò con gli occhi velati di tristezza.
«Quando cambierà il tempo ci rincontreremo» mi disse. «Nel mentre abbi cura di te.»
Anthymos si limitò ad abbracciarmi. Dovevo a lui gran parte della mia saggezza, e sapere che non avrei potuto più incontrarlo né comunicare con lui mi suscitava una profonda tristezza. Era come se con lui se ne andasse una parte di me. Ci abbracciammo forte, senza dire nulla. In quel momento nessuna parola avrebbe potuto esprimere i nostri sentimenti.

Con Nun decidemmo di rimetterci in cammino il giorno dopo. Aspettare la partenza delle astronavi sarebbe stato un inutile strazio.
Nun però non sarebbe tornato al Nuur Rosso con me e Al-Sha. Aveva altri progetti. Sarebbe rimasto in zona per dare una mano. Ma decise di accompagnarci per un pezzo di strada.
Dopo un po’ che camminavamo in silenzio sotto il sole Nun si rivolse a me con un tono venato di rabbia.
«Nur, come fai a essere così indifferente? Cosa ti sta succedendo? Sembri un’altra persona!» disse.
Non ero in grado di spiegargli che la Sfera Nera che avevo integrato nel mio corpo energetico per curare il Saar Rosso diventava di giorno in giorno più compatta e potente, e che l’unico modo per tenerla sotto controllo e impedire che contaminasse tutto ciò che mi stava attorno era la totale immobilità interiore. Non potevo permettermi di manifestare le mie emozioni perché ne sarei stato sopraffatto, diventando così un docile strumento nelle mani del Saar Rosso.
«Son solo vecchio e stanco» risposi. «E c’è ancora tanto da fare prima che i Rettili prendano totalmente il sopravvento. Non è il tempo per lasciarci condizionare dalle nostre emozioni.»
Al-Sha mi sorrise. Ormai era l’unica che in qualche modo mi capiva.

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