Il Saar Rosso

Col tempo le cose non migliorarono. I Nuovi Esseri erano sempre più presenti nella nostra realtà e tutto piano piano perdeva luminosità e armonia. Le persone cominciarono ad ammalarsi più spesso e invecchiavano più velocemente. Certo, nel corso del tempo la durata della vita nel corpo era gradualmente diminuita. Nei tempi del maggiore splendore della civiltà dei Sar’d il corpo era in grado di vivere molto a lungo. La mia vita più lunga in uno stesso corpo era durata oltre settecento anni. Ma ai tempi del Primo Diluvio era raro superare i duecento anni. Dopo il diluvio però persone di appena cent’anni sembravano invecchiare all’improvviso e morivano.
Anche tra noi sciamani avvertimmo questo decadimento. Eravamo meno connessi tra di noi, e questo ci indeboliva. Persino con Nun e Tara si era creata una distanza. Quando comunicavamo avevo l’impressione che mi nascondessero qualcosa, soprattutto Nun. Come se un’ombra si fosse insinuata tra di noi.
Mi resi conto che Nun era in difficoltà. Forse semplicemente non ce ne parlava per la sua naturale riservatezza. Proposi che io e Tara lo raggiungessimo al Nuur Dorato. Pensai che andando nel suo nuur avrei potuto comprendere meglio la situazione. Il Primo Diluvio era ormai un ricordo lontano ma almeno per me scolpito indelebilmente nella memoria e nel cuore.
Per evitare a Tara di viaggiare da sola mi diressi al suo nuur, il Nuur Bianco, e poi ci incamminammo insieme verso il Nuur Dorato. Durante il viaggio il mio passo era rallentato dal peso delle mie preoccupazioni. Ero contento di rivedere Tara e Nun, anche se avrei preferito che le circostanze fossero state diverse. Ognuno di noi cercò di nascondere la propria stanchezza e i propri timori, ma in realtà tutti sapevamo benissimo la criticità di quello che stava succedendo.
Arrivato al Nuur Dorato rimasi stupito nel vederlo quasi completamente nero, come se fosse stato bruciato dal fuoco. Preferii non chiedere niente. Entrando nel nuur percepii con forza la presenza dei Nuovi Esseri. Li vedevo ancora strisciare lungo le pareti o nei cunicoli. Alcuni di loro avevano ormai assunto una forma più compiuta. Erano simili a piccoli draghi e soffiavano fioche fiammelle dalla bocca. Mi resi conto che Nun e tutto il Nuur Nero, come ormai anche Nun lo chiamava, erano in pericolo.
Proposi di prepararci e di andare nella Sala Sacra del nuur per rafforzare con un rituale la nostra unione. Speravo che insieme riuscissimo a generare un fuoco bianco abbastanza potente da purificare il Nuur Nero e farlo ridiventare il Nuur Dorato.
Nella Sala Sacra ci disponemmo a triangolo. Creammo un grande bolla protettiva di luce blu ed entrammo in profonda meditazione. Anche così non mi sentivo tranquillo. Percepivo delle energie disturbanti, che cercavano di insinuarsi nella bolla.
Quando fu il momento chiesi a Nun e Tara di proiettare insieme a me il fuoco bianco al centro della sala. Ma quando il fuoco fu acceso e iniziò ad espandersi nella sala, la bolla di luce blu fu completamente avvolta da una cortina scura. Chiesi a Nun e Tara di restare seduti e continuare ad alimentare il fuoco bianco per impedire almeno che qualcosa o qualcuno entrasse nella bolla.
Quasi subito dopo iniziò la pioggia, scrosciante, violenta, crudele, simile a quella del Primo Diluvio.

La pioggia durò cinque giorni. Noi li trascorremmo dentro la bolla di luce, protetti dal fuoco bianco.
Quando la pioggia cessò, uscimmo dalla meditazione. Chi si trovava nel nuur era riuscito a sopravvivere. Ma fuori la desolazione era totale. Il nuur sovrastava un immensa distesa d’acqua. Sembrava che fossimo finiti in mezzo al mare. Sicuramente pochissimi esseri in tutto il circondario erano sopravvissuti.
Come scoprimmo in seguito, quello che sarebbe stato ricordato come il Secondo Diluvio fu meno devastante del primo. Aveva colpito l’isola a macchia di leopardo, in alcune zone aveva piovuto solo per un paio di giorni e molte altre furono risparmiate.
Ma le zone colpite, come quella del Nuur Nero, erano totalmente devastate.
Io mi sentivo stanco e demoralizzato, ma non potevo lasciarmi sopraffare dalle mie emozioni. Avevo un compito da svolgere. Per quanto duro fosse per me, dovevo iniziare la cura dei Nuovi Esseri iniziando da quello che si era insediato nel Nuur Rosso. Decisi che non appena l’acqua si fosse ritirata mi sarei incamminato verso il mio nuur per cominciare la cura. Tara, che stava cadendo in preda al terrore decise subito di unirsi a me.
Con nostro stupore Nun disse che ci avrebbe accompagnato.
«Non posso più stare qua» disse con una smorfia tra disgusto e paura.
«Ma è il tuo nuur» osservai un po’ stupito.
«Non posso più stare qua» disse con decisione. Probabilmente si era reso conto solo grazie al diluvio della pericolosità della cappa energetica che da tempo cercava di intrappolare lui e il suo nuur.
Ovviamente lo invitai a venire al Nuur Rosso, e avrebbe potuto portare con sé chiunque volesse abbandonare il Nuur. Solo sua figlia Al-Sha decise di seguirlo, forse anche per il forte legame che aveva con me. La mia vicinanza forse l’avrebbe fortificata, deve aver pensato.
Il viaggio fu lungo e disagevole. Lasciamo Tara al Nuur Bianco, in uno stato di prostrazione. Offrii anche a lei di venire a stare con noi al Nuur Rosso, almeno per un periodo. Ma lei rifiutò. Voleva stare da sola, a curare la sua anima ferita. E il suo corpo era stremato a non ce l’avrebbe fatta a proseguire.
Per tutto il resto del viaggio quasi non parlammo. Io ero preoccupato per la visibile sofferenza di Nun. Immaginavo quanto doloroso doveva essere stato per lui abbandonare il suo nuur. E mi preparavo interiormente a iniziare la cura dell’intruso (ancora dentro di me lo chiamavo così).
Arrivando al Nuur Rosso ci rendemmo conto che anche in quella zona la pioggia era stata devastante, ma era durata troppo poco per fare danni irreparabili.
Quando finalmente io e Nun entrammo nel Nur Rosso, vidi che il suo volto si deformava. Il suo sguardo fu attraversato da un intenso terrore. Aveva percepito chiaramente l’intruso.
Gli passai un braccio attorno alle spalle per rassicurarlo.
«Ci sono io con te. Noi due siamo potenti sciamani. Non abbiamo assolutamente nulla da temere» gli dissi.
Ma forse quelle parole erano intese ad incoraggiare più me stesso che lui.

Mi preoccupai di fare in modo che Nun avesse tutte le cure e le attenzioni di cui aveva bisogno. Io stesso mi presi alcuni giorni per riposarmi dal viaggio e riprendermi dagli ultimi avvenimenti. Poi feci tutti i preparativi di rito e mi recai nella Sala di Connessione.
Dopo essere entrato in una meditazione profonda ed avere evocato dentro di me il Fuoco Bianco chiamai l’intruso. Un essere nero che emanava bagliori di fiamma strisciò dentro la sala. Come i suoi fratelli che avevo visto al Nuur Nero per quanto ancora strisciasse stava assumendo la forma di un drago. Un paio di zampe si erano sviluppate in un abbozzo di ali. Ma ancora strisciava, ed era cieco.
Sentii una voce beffarda nella mia mente. «Io sono il Saar» disse. «Il Saar del Nuur Rosso. Sono il Saar Rosso.» Le sue parole mi ghiacciarono il sangue. Intravidi la distruzione e l’orrore che avrebbe causato. Sapevo di non poterlo ormai più impedire. Il Tempo del Degrado stava ormai ricoprendo come una patina collosa tutti gli altri tempi. I Nuovi Esseri ci stavano intrappolando. Ero pienamente consapevole di ciò. Ma ero un maestro della guarigione. E il mio compito in quel momento era iniziare la cura.
Mi collegai al mio fratello di pietra, il Nuur Rosso. Nonostante anche le sue energie fossero state indebolite e in parte già distorte, era ancora in grado di connettersi al Sole Centrale e attingere alla sua luce e al suo potere. La Sala di Connessione si illuminò. Le pareti circolari e la volta risplendevano di luce, e una bolla di luce bianca mi avvolse circondandomi. Aprii il mio cuore per percepire quell’essere. Quasi all’istante fui travolto da un’ondata di dolore e paura. L’intruso era intriso di sofferenza e la espandeva attorno a sé. Era il suo nutrimento, quasi la sostanza di cui era fatto.
Fui costretto a bloccare quel flusso di emozioni che mi arrivava da lui. Era troppo potente per essere trasformato attraverso il mio cuore. Con la sua sofferenza creai una sfera di luce nera e attraverso la sfera assorbii una parte delle sue energie a bassa frequenza. La sfera divenne più densa e compatta. Il suo colore divenne più lucido, simile alla nera ossidiana, la sorella che per millenni aveva protetto coi suoi poteri gli sciamani Sar’d.
Provai a sondare la sfera con un raggio di luce emanato dal mio terzo occhio. Ma risultò totalmente impenetrabile. Provai a bruciarla col fuoco bianco ma fu inutile.
Chiesi un aiuto al Popolo di Luce del Sole Centrale. Speravo che almeno loro potessero far qualcosa.
«Non ci è possibile aiutarti» mi risposero. «Come ti abbiamo detto questo è un tuo compito. Portandolo avanti capirai. Sei uno sciamano ancora potente, nonostante l’influsso dei Nuovi Esseri. Puoi capire come fare. Ora devi custodire questa sfera che racchiude la dissonanza generata dal Saar Rosso, e quindi da tutti i Nuovi Esseri. Dovrai capire come integrarla. Verrai aiutato. Incontrerai un tuo sciamano gemello che accetterà di fare da tramite e ti aiuterà in questa integrazione. Non chiedere altro, per ora. Per quanto possibile noi continueremo a starti vicino.»
Le loro parole mi rincuorarono. Avrei avuto un compagno in questa difficile impresa.
Comunque il Popolo di Luce era stato chiaro. Per il momento dovevo custodire io la sfera nera. La compressi ulteriormente per ridurne le dimensioni e la assorbii nel mio corpo di luce all’altezza dell’ombelico.
Sapevo che se non avessi trovato velocemente il modo di integrarla la sfera avrebbe iniziato ad avvelenarmi e i suoi veleni, utilizzando il mio potere, si sarebbero diffusi tutt’attorno a me così da accelerare e inasprire il degrado. Non potevo permetterlo.
Dopo avere assorbito la sfera mi lasciai rigenerare dal flusso di energia proveniente dal Sole Centrale che il Nuur Rosso per fortuna era ancora in grado di convogliare nella Sala di Connessione. Quando mi alzai per andarmene vidi che la forma dell’intruso era cambiata. Ora era un drago che riusciva seppur con disarmonia e poco equilibrio, a muoversi su due zampe. Le ali, per quanto ancora piccole, erano perfettamente visibili. La pelle era diventata rossastra, attraversata da bagliori di fuoco.
«Il Saar Rosso ha trovato casa» la voce era ancora beffarda ma più decisa, quasi autorevole.
Fu l’ultima cosa che sentii prima di lasciare la sala.

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