Il Tempio dei Saar

Dopo l’incontro con il Nur e con i Saar le mie percezioni si espansero notevolmente. La seconda vista si acuì. Nel corso delle mie meditazioni mi muovevo con più facilità nelle dimensioni sottili, ero in grado di spostarmi in altri luoghi e, forse, in altri tempi. All’inizio utilizzai quelle nuove capacità per esplorare i dintorni del mio rifugio. Scoprivo posti nascosti che ancora non conoscevo e poi, con l’aiuto di Fratello Aquila, riuscivo a raggiungerli nella realtà fisica e ogni volta potevo verificare la precisione della mia seconda vista. Spesso in questi posti c’erano alberi millenari e in questo modo potevo entrare in contatto con loro e attingere alla loro forza e alla loro saggezza.
Oppure giungevo sulle rive di qualche corso d’acqua che mi aiutava a purificarmi e ad alleggerire la mente dai pensieri cupi che ogni tanto mi turbavano.
Con la seconda vista mi recavo ogni tanto nel mio villaggio e nella casa dei miei genitori. Loro non potevano vedermi, ma mi rendevo conto che percepivano in qualche modo la mia presenza, soprattutto mia madre, e questo li rasserenava. Fu durante una visita al villaggio che ebbi la certezza di potermi muovere anche nel tempo, seppure ancora in modo lineare. Vidi infatti l’aquila che deponeva l’uovo ai piedi di mia madre, prima della mia nascita. Quella visione mi commosse. Percepì che mia madre mentre raccoglieva l’uovo era ancora confusa. Desideravo rassicurarla.
«È un buon presagio» le sussurrai all’orecchio. «Annuncia la mia nascita. Me lo hai raccontato tu.»
Vidi lo sguardo di mia madre illuminarsi e un sorriso dipingersi sul suo volto.

Quando mi sentii più sicuro nel padroneggiare la seconda vista decisi di viaggiare più lontano, lasciandomi portare dal mio istinto, dalle mie risonanze. Fu allora che iniziai ad avere una strana visione ricorrente.
Mi ritrovavo in una grande grotta semibuia, illuminata solo dalle tremule fiamme di alcune torce. Era un luogo che mi trasmetteva una grande oppressione. Nella grotta c’erano diversi esseri umani, uomini e donne di varie età, e alcuni bambini. Percepivo la loro ansia e la loro paura. Ma tra di loro c’era un ragazzo poco più giovane di me che emanava una luce, debole ma molto più intensa di quella delle torce. La sua luce non riusciva ad espandersi all’intorno ma era nettamente visibile, almeno per me. Così come gli altri abitanti della grotta, anche quel ragazzo era spaventato e insicuro, ma percepivo in lui un’energia nascosta molto simile alla mia. Era come trovarmi davanti un altro me stesso, una sensazione simile a quella provata davanti al Nur, al Fuoco Bianco.
Questa visione si ripeté diverse volte, tanto che presi a considerare quel ragazzo come un fratello gemello. Provai a comunicare telepaticamente con lui, ma mi resi conto che lui non era in grado di ricevere e decodificare i miei pensieri. Non possedeva un linguaggio, neanche rudimentale come quello che usavamo nel mio villaggio. Cercai comunque di trasmettergli il mio amore e il mio desiderio di comunicare con lui. Percepivo che nella sua comunità — per qualche strano motivo confinata in quella grotta — si sentiva molto solo, e speravo che la mia vicinanza potesse allietarlo.
Dopo alcuni giorni la mia visione cambiò. Mi ritrovai come le altre volte vicino al ragazzo, ma questa volta non era nella grotta. Era uscito all’aperto. C’era il sole. Lo vidi incamminarsi verso un’altura poco distante. In cima all’altura c’era una strana costruzione. Era un imponente edificio rettangolare di pietra levigata che scintillava alla luce del sole, quasi come se brillasse di luce propria. Non avevo mai visto niente di simile, né di così bello. Molto evidentemente il ragazzo era diretto proprio verso quell’edificio, ma si fermò ai piedi dell’altura, senza osare proseguire oltre.
All’esterno dell’edificio, ai lati dell’entrata, c’erano due esseri molto alti, dall’aspetto vagamente umanoide. Li riconobbi subito. Erano i Saar.

Tutti i giorni ormai andavo a trovare il mio gemello. Aspettavo con ansia il momento giusto per entrare in meditazione e poter stare accanto a lui. Sentivo che in qualche modo anche per lui la mia presenza diventava sempre più tangibile, per quanto ancora non potesse né vedermi né sentirmi.
Ormai quasi tutti gli abitanti della grotta durante il giorno uscivano assieme a lui alla luce del sole. La loro paura si era quasi del tutto attenuata, ma ancora nessuno di loro aveva avuto il coraggio di avvicinarsi all’edificio di pietra e ai Saar.
Un giorno una voce interiore mi suggerì di aspettare il tardo pomeriggio per fare la mia meditazione. Sapevo che quella voce proveniva dai Saar. L’autunno era ormai iniziato ma il clima era ancora mite. Poco prima che il sole si avviasse al tramonto mi sdraiai sulla solita pietra e mi ritrovai a fianco al ragazzo, ai piedi dell’altura. Tutti gli altri erano già rientrati nella grotta.
Come sempre il ragazzo esitava, ma potevo percepire che la sua mente era diventata più limpida, più aperta. Mi fu chiaro che ormai anche lui, come me, era in grado di udire la voce dei Saar dentro di sé.
L’edificio di pietra rifletteva la luce rosata del sole che iniziava a declinare. Una luce calda e rasserenante. Potei sentire i pensieri che i Saar gli inviavano.
«Siamo venuti in pace, come fratelli maggiori, per insegnarvi la nostra conoscenza ed aiutarvi ad uscire dal buio e dalla paura. Puoi avvicinarti. Non avere timore.»
Guidato dal loro richiamo il ragazzo intraprese la salita verso l’edificio di pietra. Io lo seguii. Entrambi eravamo pervasi da una forte emozione.
Ai lati dell’entrata due Saar ci aspettavano. Forse per rassicurarci, avevano assunto una forma quasi completamente umana, benché fossero alti tre metri e i loro volti fossero stranamente allungati. Indossavano due lunghe vesti iridescenti che rilucevano come fossero intessute di luce.
Mano a mano che ci avvicinavamo a loro, una grande calma colmava i nostri cuori.
Quando arrivammo al loro cospetto i Saar unirono le palme delle mani davanti al petto in segno di saluto.
«Benvenuti nel nuur» dissero. «Il nuur è il luogo sacro creato con le pietre di luce. Il nuur è il tempio del Fuoco Bianco, dove il Nur è custodito in tutte le stelle della Galassia.»
Non so se il ragazzo comprese quelle parole che per me furono invece estremamente chiare.
Fummo invitati a entrare. Dal comportamento del ragazzo compresi che ancora non percepiva distintamente la mia presenza. Probabilmente la confondeva con quella dei Saar.
Entrammo nel nuur. Dopo un piccolo vestibolo dove il ragazzo fu invitato a spogliarsi i Saar ci accompagnarono in una stanza interna. Una lunga scalinata introduceva in una grande vasca di pietra circolare colma d’acqua. Scendemmo la scala ed entrammo nell’acqua. L’acqua era viva. Mi ricordò l’acqua del Mare Interno. I due Saar con le palme aperte rivolte verso l’acqua diedero un impulso che per così dire attivò l’acqua facendola vibrare ed emanare luce. Si sprigionò una potente energia. Il corpo del ragazzo cominciò a sua volta a vibrare e illuminarsi. La sua forza poteva finalmente emergere ed espandersi. Io percepivo il flusso dell’acqua che mi attraversava liberandomi da qualunque residuo di timore e disagio.
Dopo un tempo di cui non avrei saputo dire la durata, i Saar ritirarono le loro mani e l’acqua smise di vibrare e si quietò.
Quando uscimmo dalla vasca i Saar diedero al ragazzo una tunica perlacea simile alla loro e lo aiutarono ad indossarla. Poi, indicandolo, pronunciarono una sola parola: «Nun».
Dopo un istante di esitazione il ragazzo la ripeté: «Nun».
La sentì vibrare dentro di sé.
«Nun» ripeté alcune volte, quasi ridendo.
«Tu sei Nun» dissero i Saar, «colui che espande il fuoco, Il Fuoco Bianco che unisce e dà la vita. Nun. D’ora in poi questo sarà il tuo nome.»
Poi lo accompagnarono fuori dal nuur.
Mentre Nun usciva all’aperto io tornai nel mio corpo. Restai ancora per un po’ sdraiato sulla mia pietra a osservare la luna piena ormai alta nel cielo, riflettendo su ciò che era successo, col cuore palpitante di una gioia che in quella vita ancora non avevo mai provato.

Quella notte feci un sogno. Al risveglio ricordavo solo pochi particolari ma mi restava un’emozione intensa. Nel sogno, entravo in una strana stanza circolare fatta di pietre. Era simile alle capanne del mio villaggio, ma molto più imponente. Le pietre erano molto grandi e perfettamente levigate. Un sedile di pietra correva tutto attorno alle pareti circolari della stanza. Nel sedile circolare erano seduti uomini e donne di diverse età. C’era anche Nun, e seduta vicino a lei una giovane donna molto bella, con uno sguardo profondo. Mi sembrava di conoscerla da sempre. La cosa che nel sogno mi colpì più di tutto era che tra gli uomini e le donne presenti nella stanza alcuni avevano la pelle luminescente di un colore blu elettrico. I loro volti erano un po’ diversi dai nostri. Eppure mi apparivano del tutto familiari.
Uno degli uomini blu mi si avvicinò e sorridendomi tese il suo braccio verso di me con il palmo della mano aperta. Istintivamente feci lo stesso gesto. I nostri palmi si unirono. Una scarica di energia attraversò i nostri corpi. Insieme a lui mi sentivo completo. L’ultima cosa che ricordai dopo il risveglio fu il volto di una delle donne dalla pelle blu, o meglio il suo sguardo, dolce e amorevole.

Per tutto il giorno rimasi in uno stato di leggera agitazione, come se dovessi fare qualcosa, ma non sapevo cosa. Non capivo il significato del sogno. Non avevo mai visto uomini dalla pelle blu eppure nel sogno era come se li conoscessi da sempre. Se ci ripensavo provavo una sorta di nostalgia, come di una famiglia perduta. Questo sentimento mi fece pensare ai miei genitori, in particolare a mia madre. Erano passati ormai molti mesi da quando avevo lasciato il villaggio. Forse era il momento di tornare. Ma ero combattuto tra il desiderio di riabbracciare i miei genitori e l’impulso a mettermi in cammino per cercare di raggiungere Nun e poterlo incontrare nella fisicità, così che anche lui potesse vedermi e conoscermi. Non avevo la minima idea di dove si trovasse, ma ero sicuro che anche in quel caso Fratello Aquila mi avrebbe guidato.
Non riuscivo a decidere cosa fosse meglio fare, perciò decisi di invocare i Saar. Fino ad allora si erano sempre presentati di loro iniziativa. Non avevo mai provato a chiamarli per avere un consiglio, ma sentivo di doverlo fare. Anche quel giorno aspettai il tramonto. Mi sedetti ai piedi di uno dei miei alberi preferiti ed entrai in meditazione mentre il sole scompariva oltre l’orizzonte. Quando nel cielo del crepuscolo iniziarono ad apparire le prime stelle evocai il fuoco bianco dentro di me e quando lo sentii ardere nel mio ventre lo proiettai all’esterno. Era la prima volta che lo facevo. Le fiamme del fuoco bianco davanti a me si levarono alte verso il cielo e tra le fiamme iniziai a intravedere la sagoma di un Saar. Non era molto definita. La sua luce si confondeva con le fiamme. Ma tanto bastava.
Senza bisogno che facessi la domanda che avevo in mente, udii con chiarezza nella mia mente la risposta al mio dubbio.
«Non è ancora il momento di incontrare Nun. Quando sarà il momento lo guideremo da te. Adesso devi tornare al villaggio. Tua madre ha bisogno di te. Non indugiare.»
Le parole del Saar erano pacate ma trasmettevano una certa urgenza. Aspettai che il fuoco bianco svanisse con un’ultima intensa fiammata, poi mi ritirai nel mio rifugio per riposare. Sarei partito subito dopo l’alba così da arrivare al villaggio ancora con la luce.
Quella notte non sognai. Al risveglio mi sentivo perfettamente riposato e mi misi in viaggio, ormai ansioso di rivedere mia madre. Conoscevo la strada ma Fratello Aquila mi accompagnò per tutto il cammino. Arrivai al villaggio alcune ore prima del tramonto. La capanna dei miei era situata alla periferia del villaggio e per fortuna non incontrai nessuno. Mio padre era fuori della capanna. Quando mi vide sulle prime non mi riconobbe. Il mio aspetto doveva essere molto cambiato dall’ultima volta che c’eravamo visti. In quei mesi mi ero fatto uomo e avevo i capelli e la barba lunga. Solo quando gli fui vicino mi identificò. Vidi alcune lacrime scorrergli sul viso. Anche io ero commosso ma non lo diedi a vedere. Ci abbracciamo senza dire nulla. Poi entrammo dentro la capanna. Mia madre era di spalle, intenta a preparare una delle sue pozioni. Quando la chiamai si voltò di scatto e mi guardò con gioia e stupore. Il suo sguardo era intenso e luminoso come sempre, ma il suo viso tradiva una grande stanchezza. Mi resi conto che c’era qualche problema, che non stava bene, ma in quel momento non volli pensarci. Andai verso di lei e la abbracciai con forza per trasmetterle tutto il mio amore.

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