Il Fuoco dell’Origine

Dopo alcuni giorni di cammino ero arrivato in un luogo che poteva aiutarmi a trovare il mio centro. A capire chi ero. Lungo tutto il tragitto ero stato guidato da Fratello Aquila, che compariva in cielo e scendeva a bassa quota per indicarmi la direzione ogniqualvolta le mie percezioni erano incerte e rischiavo di prendere la direzione sbagliata.
Non sapevo dove stavo andando, ma mi affidavo con fiducia alla mia intuizione, a Fratello Aquila e ai numerosi segnali che trovavo lungo la strada, come a rassicurarmi.
Quando giunsi a destinazione seppi di aver trovato il posto che cercavo. Percepivo che in quel luogo tutto era in equilibrio. L’energia era molto intensa ma infondeva calma e serenità. Ci misi alcuni giorni per ambientarmi. Con delle pietre e delle frasche mi costruii un riparo per la notte. Anche se il clima era mite le notti erano ancora fresche ed era meglio avere un posto caldo e riparato per ogni evenienza.
Il cibo che mi aveva dato mia madre presto era finito, ma ero perfettamente in grado di nutrirmi con i frutti, le bacche e le erbe che mi offriva la natura.
Quando non ero in giro ad esplorare o a procacciarmi il cibo, passavo la maggior parte del mio tempo a meditare. Avevo trovato una grande pietra piatta dove potevo sdraiarmi comodamente. L’energia della pietra mi aiutava ad aprire i miei canali percettivi ed entrare in altri mondi, in altre realtà.
Ero in grado di attivare quella che dentro di me chiamavo la seconda vista, e di spostarmi agevolmente col mio corpo di luce nelle realtà più rarefatte.
Ma ci volle tempo e impegno per affinare queste capacità. Spesso non ero io a governare i miei viaggi. Mi lasciavo portare senza chiedermi troppo le ragioni di quel girovagare per le dimensioni. Mi godevo ogni nuova scoperta, avevo la curiosità di un bambino che vede il mondo per la prima volta. Ero arrivato su un pianeta meraviglioso, o almeno la terra in cui ero nato lo era.
Con la seconda vista ero in grado di vedere le cose dall’alto. Con l’aiuto del mio fratello alato mi trasformavo anch’io in un aquila e così fui in grado di osservare la mia terra, di scoprire che era una grande isola in mezzo al mare. E sentivo che il luogo in cui avevo fatto momentaneamente il nido era il centro, il cuore pulsante di quell’isola.
Trascorsero mesi però prima che riuscissi a vedere il Nur. L’estate era quasi finita, e io stavo meditando di tornare al villaggio per qualche tempo, per rivedere i miei genitori e attrezzarmi per passare la stagione fredda nel mio rifugio.
Fu allora che nel corso delle mie meditazioni percepii il mare interno. Mi resi conto che in profondità sottoterra nel luogo che avevo scelto c’era un mare di acqua, di luce fluida, collegato a tutta l’isola, che la nutriva e la animava energeticamente. Riuscii ad entrare in quel mare e mi collegai alla mia terra. Vincendo una leggera resistenza accettai di fondermi con quel mare di luce ed espandendomi nella luce ebbi la fuggevole visione di una grande rete di luce che collegava tutti i pianeti, tutte le stelle in tutta la galassia. Poi fui risucchiato da un vortice di energia e mi ritrovai seduto sulla mia pietra piatta, in preda a una forte emozione.
«Non è ancora il momento» disse una voce al mio orecchio. «Puoi reggere questo tipo di energia solo per pochi istanti. Ma era importante che la percepissi.» Il suo tono era molto amorevole e rassicurante.

I giorni successivi mi sentivo molto bene. Mi sentivo più connesso del solito agli alberi, al cielo, alle stelle. E anche agli altri esseri umani, seppur lontani. Mi parve di vedere mia madre che mentre trafficava con le sue erbe parlava di me a mio padre con tenerezza e amore, forse per aiutarlo ad addolcire la tristezza che lui di certo sentiva per la mia assenza.
Avrei voluto tornare nel mare interno, fondermi nuovamente con la luce, ma rispettavo l’indicazione che mi era stata data. Non era ancora il momento.
Una sera di luna nuova decisi di rimanere sveglio almeno una parte della notte per osservare il cielo intensamente stellato. Scelsi come punto d’osservazione una piccola altura che si trovava a pochi passi dal mio rifugio. Trovai una grossa pietra per farmi da sedile e mi immersi in contemplazione.
Una parola venne spontanea alle mie labbra, “Saar”, che nella lingua approssimativa che si parlava nel mio villaggio voleva dire “sorella” o “sorelle”, ma che veniva usata anche per indicare qualcosa o qualcuno con cui si sentiva un legame profondo. Da sempre io chiamavo le stelle con quella parola. Tanto che non ricordo neppure quale parola venisse invece usata dagli abitanti del mio villaggio.
Trascorsi un bel po’ di tempo − non saprei dire quanto − in contemplazione, limitandomi a osservare le stelle, lasciando che fossero loro, l’una dopo l’altra, a catturare le mia attenzione.
A un certo punto iniziai a percepire tutto attorno a me una crescente luminosità. Uscii dal mio corpo, come ormai facevo abitualmente. Ma questa volta non ero stato io a deciderlo. Mi ritrovai molto in alto, in una bolla luminosa all’interno di un’immensa rete di fili di luce che collegava la mia terra a tutte le stelle. Era uno spettacolo maestoso, che lasciava abbagliati. Poi l’isola si illumino di migliaia e migliaia di luci, come se tutte le stelle vi si riflettessero. Rimasi senza fiato. Ma sentivo che qualcosa ancora mi sfuggiva. Cos’era la luce che generava la rete? Da dove veniva?
Mentre queste domande mi attraversavano la mente, percepii una spinta energetica nella zona dell’ombelico, poco sotto il plesso solare. Come se qualcuno mi avesse dato un leggero colpo con la mano aperta. Da quel punto scaturì un flusso di luce che si separò da me e prese la forma di un fuoco bianco, che era insieme fuoco, luce, ma anche acqua, perché pur essendo un fuoco le sue fiamme erano fluide. Osservai il fuoco bianco, stupito. Fu come avere davanti a me un altro me stesso.
«Io sono il Nur, il Fuoco dell’Origine» disse il fuoco bianco. «Il Fuoco Bianco che unisce e dà vita. Tu sei parte di me.»
Restai a osservare il fuoco bianco, meditando su quelle parole e ripetendo la parola Nur, facendola vibrare in tutto il mio corpo. Dopo una decina di minuti il fuoco si spense. Anche la rete di luce fu riassorbita dalla notte. Restavano le stelle disseminate nell’immensità del cielo.
Non ebbi neanche il tempo di riprendermi da ciò che mi era successo che vidi in lontananza degli esseri di luce venire verso di me. Erano gli stessi che spesso avevo visto in lontananza danzare nell’arcobaleno. Avevano una forma indefinita ma vagamente umanoide. Erano molto alti, tre metri o più. Quando si muovevano la loro luce fluttuava e sembrava che danzassero. Crearono un semicerchio davanti a me, tenendosi a distanza di una decina di metri per non correre il rischio di spaventarmi, e mi salutarono trasmettendo i loro pensieri nella mia mente.
«Chi siete?» ebbi il coraggio di chiedere, con tutta la calma di cui ero capace.
«Veniamo dalle stelle quindi siamo i Saar, tu ci hai chiamati così e d’ora in poi questo sarà il nostro nome.»
Ci fu una pausa. Io concentrai la mia attenzione sul mio respiro per centrarmi in me stesso e mantenere l’equilibrio. La loro energia emanava amorevolezza e rispetto, ma mi rendevo conto che quell’incontro avrebbe avuto un’enorme importanza per la mia vita, perciò non era facile tenere a bada le mie emozioni.
«Siamo venuti a dirti che tu sei il Nur. Sei il fuoco di quest’isola stellare. Nur. D’ora in poi questo sarà il tuo nome.»
Dopo aver detto queste parole i Saar svanirono nella notte.

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