Fratello Aquila

«Sei il fratello di un’aquila, per questo voli così spesso nell’immaginazione.» Mia madre me lo ripeteva di frequente, per giustificare le mie visioni e insieme non dargli troppa importanza, pur senza sminuirle. Non voleva che mi fissassi troppo su di esse.
«Con la maturità forse le sue visioni cesseranno,» pensava, «o forse invece fanno parte del suo destino.»
Voleva che andassi incontro liberamente alla mia vita, ma fin quando non fossi stato pienamente maturo sentiva il compito di proteggermi, soprattutto dalle reazioni che le mie visioni avrebbero potuto suscitare negli altri, attirandomi magari ostilità o derisione.
Avrò avuto forse 5 o 6 anni quando mi parlò per la prima volta delle circostanze della mia nascita. Sapeva che ero già in grado di comprenderle. Mi parlò del presagio dell’aquila che aveva deposto un uovo ai suoi piedi. Mi raccontò che lei aveva raccolto l’uovo e lo aveva covato amorevolmente fin quando, all’incirca sei settimane dopo, un aquilotto era uscito dall’uovo. Era già incinta di me quando l’aquilotto era nato, per questo lei diceva che ero suo fratello. Pochi giorni dopo la schiusa dell’uovo, mamma aquila era venuta a riprendere il suo piccolo. Lo aveva preso delicatamente tra i suoi artigli e lo aveva riportato nel suo nido. Prima di rialzarsi in volo lei e mia madre si erano guardate a lungo negli occhi, comunicando silenziosamente. Mia madre ringraziò l’aquila per il ruolo che aveva svolto nella sua vita e per aver annunciato e permesso la mia nascita, e l’aquila le promise che i Popoli dell’Aria mi avrebbero sempre rispettato e protetto.
Mi raccontò anche che il medicamento fatto con le erbe raccolte il giorno del presagio dopo l’incontro con l’aquila era stato efficace. La giovane donna per la quale era stato preparato, dopo alcuni mesi era rimasta incinta e il bambino era nato due mesi dopo di me. Diceva che anche lui in qualche modo poteva considerarsi mio fratello, e che la sua nascita era stata facilitata dalla mia. Ma non mi volle mai dire chi fosse quel bambino.
«Se è destino vi riconoscerete» si limitava a rispondere di fronte alle mie insistenti domande.
Dopo un po’ mi rassegnai a non avere da lei la risposta che volevo e smisi di chiedere, convincendomi anch’io che prima o poi lo avrei riconosciuto.

Come ho detto, fin da bambino mi sentivo diverso. Mi rendevo conto che gli altri bambini non percepivano ciò che io percepivo. Vedevo la loro luce come se fosse offuscata da una leggera nebbia che li circondava. Mentre la luce degli animali o degli alberi splendeva sempre limpidamente, a meno che non fossero ammalati. Anche la luce di mia madre era potente e limpida. Qualche velo di nebbia ricopriva anche lei solo quando era stanca o preoccupata, magari per le condizioni di qualcuno che stava curando.
Insomma, nonostante qualche timido tentativo mal riuscito, non partecipavo ai giochi degli altri bambini. Preferivo restare da solo ed esplorare il mondo. Spesso accompagnavo mia madre a raccogliere le erbe per le sue cure, e lei piano piano mi insegnò tutto ciò che sapeva. Ma altrettanto spesso mi allontanavo da solo dal villaggio e camminavo in mezzo alla natura. E la natura mi parlava. La terra mi parlava, le pietre mi parlavano, le farfalle e gli uccelli mi parlavano. Le nostre luci si toccavano, si riconoscevano e comunicavano. E io mi sentivo in armonia, in comunione con tutto ciò che mi circondava. Per quanto fossi un solitario non mi sentivo affatto solo.
Nel villaggio ormai ero considerato strano. Per alcuni ero semplicemente poco intelligente. Per altri ero un po’ matto. Ma il rispetto reverenziale che tutti provavano per mia madre impedì che questi giudizi degenerassero in ostilità e ostracismo. Io comunque ero sempre sorridente e gentile con tutti, perciò in qualche modo mi ero conquistato l’affetto dei più. Inoltre avevo iniziato ad aiutare sua madre nelle sue attività di guaritrice, e qualche volta alcune mie parole avevano aiutato a sbloccare un processo di guarigione particolarmente difficile.
Col passare degli anni le mie capacità si affinarono in maniera naturale. Dalla luce che una persona emanava, dai suoi colori, dalle sue ombre, riuscivo a valutare con una certa precisione le sue condizioni di salute, e anche quelle, per così dire, spirituali che avrebbero sicuramente influenzato il processo di recupero.
In alcuni casi nonostante le condizioni di un paziente non apparissero particolarmente gravi ne avevo previsto una rapida morte, che puntualmente si era verificata. Fu proprio a causa di ciò che mia madre capì che le mie visioni, i miei strani poteri non sarebbero scomparsi con la maturità. Capì che erano il mio dono, che ero nato proprio per portare qui sulla Terra un nuovo sguardo. E sapeva che il mio era un dono molto difficile da gestire.

Quando stavo per compiere 17 anni seppi che era il momento di andare. La primavera era appena iniziata e si avvicinava il giorno della Cerimonia del Legame a cui quell’anno avrei dovuto partecipare anch’io. Non era una vera e propria iniziazione sessuale. Molti ragazzi e ragazze avevano rapporti sessuali anche prima di poter prendere parte alla Cerimonia, e questo in linea di massima era tollerato, con l’implicita regola che se un ragazzo e una ragazza avessero avuto rapporti di frequente, o se la ragazza fosse rimasta incinta, si sarebbero poi scelti il giorno della Cerimonia, che aveva appunto lo scopo di creare nuove coppie che avrebbero formato una famiglia.
Io ancora non avevo ancora avuto alcuna esperienza sessuale, a parte qualche bacio piuttosto casto scambiato alcuni anni prima con una mia coetanea che accompagnava spesso la madre per le cure a casa nostra e si era invaghita di me. Ma dopo che la madre fu guarita non ci incontrammo più.
Ovviamente avevo anch’io delle pulsioni sessuali, ma non le consideravo una priorità. E in ogni caso ero perfettamente consapevole che unirmi a una donna e formare una famiglia avrebbe costituito un legame troppo stretto e avrebbe richiesto un impegno gravoso che mi avrebbe impedito di seguire la mia strada. Per quanto non sapessi minimamente quale fosse la mia strada, sapevo che ero nato con un compito, e tutto ciò che desideravo era scoprire quale, mentre mi godevo la mia vita con libertà.
Per fortuna alla Cerimonia del Legame non era obbligatorio scegliere una compagna. Alcuni non sceglievano o non venivano scelti. In quel caso avrebbero partecipato alla Cerimonia anche l’anno successivo. E talvolta le coppie nascevano anche in un altro modo, e la Cerimonia serviva solo per ufficializzarle.
Nonostante questo avrei preferito non partecipare, ma rifiutarmi apertamente sarebbe stato visto quasi come un affronto alle tradizioni del villaggio, e mia madre si sarebbe trovata in una situazione molto scomoda se avesse tentato di giustificarmi. Ero incerto su cosa fosse giusto fare.
Fu il mio fratello aquila a indicarmi la strada. Ero seduto su una pietra e guardavo il sole, perso nei miei pensieri. Percepivo un senso di oppressione. Il villaggio mi aveva aiutato a crescere e in qualche modo nonostante la mia stranezza mi aveva integrato. Sentivo una profonda gratitudine e un senso di affetto per tutta la comunità. E forse, pensavo, avrei dovuto decidere di lasciar perdere i miei sogni di bambino e seguire le strade già tracciate, dando come tutti il mio contributo al bene comune. Pensavo in particolare a mio padre. Una parte di me avrebbe voluto renderlo orgoglioso, dargli dei nipoti. Ma nel profondo quell’idea mi soffocava. In quel futuro vedevo la mia luce spegnersi gradualmente, anziché potenziarsi come desideravo.
In quel momento arrivò l’aquila. Scese in picchiata fin quasi al livello del terreno e poi si posò a terra davanti a me. Percepì subito che era mio fratello. Ci guardammo negli occhi con amore e rispetto, e dopo alcuni secondi mio fratello volo via. Poi tornò dopo alcuni minuti, e dopo avermi guardato volò via nuovamente. La cosa si ripeté per tre volte, poi non tornò più.
Capì perfettamente quello che era venuto a dirmi. Era il momento di andare. Di prendere il volo.
La sera stessa mi accomiatai dai mie genitori. Li rassicurai promettendo che non sarei stato via troppo a lungo, che sarei tornato. Preparai una sacca con alcune cose che mi sarebbero state utili. Mia madre mi diede un fagotto con una piccola scorta di cibo. Quella notte dormii un sonno profondo e mi svegliai leggero, senza pensieri. Mancava ancora una mezz’ora all’alba e i miei genitori dormivano ancora. Non gli svegliai.
Presi le mie cose e mi incamminai.
Quando ormai il villaggio era alle mie spalle cominciò ad albeggiare.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...