La nascita dello sciamano Nur

Fin da bambino mi sentivo diverso dagli altri. Percepivo cose che non c’erano, o che gli altri non vedevano. Vedevo esseri di luce che danzavano nell’arcobaleno. Gli animali, gli alberi e le pietre si illuminavano catturando la mia attenzione e in qualche modo mi parlavano. Avevo presto capito, dalle reazioni che suscitavo negli altri bambini e negli adulti, che non era il caso di parlare apertamente di queste cose. Ne parlavo solo talvolta con mia madre. Lei non mi incoraggiava ma nemmeno mi diceva che quello che vedevo esisteva soltanto nella mia immaginazione. Ascoltava i miei racconti e li commentava dando per scontato che si trattasse di cose reali.
Mia madre era una donna amorevole e accogliente, e anche molto saggia. Io ero nato quando lei aveva ormai un età in cui le altre donne normalmente non sono più fertili da un po’. Era la guaritrice del villaggio e aveva dedicato tutta sé stessa con passione a questo compito, ideando lei stessa dei nuovi medicamenti molto efficaci. Per questo aveva trovato naturale non farsi una famiglia. Non era stata una rinuncia. E tutti nel villaggio − che la rispettavano e la consideravano un punto di riferimento, addirittura più importante dei capi della comunità − avevano accettato come inevitabile questa sua scelta.
Un giorno, in una bella mattinata di fine estate illuminata dal sole, si era inoltrata nella campagna nei pressi del villaggio per cogliere delle erbe che le servivano a preparare una pozione che avrebbe dovuto aiutare una giovane donna che non riusciva a rimanere incinta. Come lei stessa tante volte mi aveva raccontato, per trovare le erbe giuste per un rimedio, mentre le cercava doveva sintonizzarsi col cuore e col pensiero col problema che il rimedio doveva curare, e immaginare che fosse già risolto. Perciò i suoi pensieri in quel momento erano rivolti al mistero della gravidanza e della nascita. Immaginò cosa avrebbe provato se lei stessa fosse rimasta incinta e avesse partorito, e il suo cuore fu inondato di amore e di dolcezza.
A un certo punto, alzando gli occhi al cielo vide molto in alto un uccello che iniziò a volare in cerchio attorno al punto dove lei si trovava, scendendo lentamente verso di lei. Quando fu abbastanza vicino si accorse che era un aquila. Dopo qualche minuto l’aquila si posò a terra proprio davanti a lei. Tra gli artigli aveva un uovo, che depose ai suoi piedi. La guardò negli occhi con uno sguardo profondo, poi si alzò nuovamente in volo nell’aria cristallina e svanì ben presto alla sua vista.
Lei raccolse l’uovo, lo mise nella cesta che portava con se e continuò la sua perlustrazione in cerca delle erbe che le occorrevano.
Riflettendo su ciò che era avvenuto − proprio subito dopo avere immaginato di partorire, un’aquila era scesa dal cielo per deporre un uovo ai suoi piedi − capì che quell’evento costituiva un presagio ben preciso: avrebbe avuto un figlio. E visto che non aveva un compagno avrebbe dovuto trovare un uomo con cui poterlo generare.
Scelse un uomo un po’ più giovane di lei che era rimasto vedovo anni prima senza avere avuto figli e che non aveva ancora trovato una nuova compagna. Non lo scelse perché aveva doti eccezionali o qualità di spicco sugli altri, ma semplicemente perché era un uomo buono, che rispettava tutti gli esseri viventi, non giudicava gli altri e nel suo piccolo cercava di far del bene. Gli parlò del presagio, gli spiegò il suo significato e gli chiese di diventare il suo compagno e il padre di suo figlio.  Sottolineò che non avrebbe mai abbandonato il suo ruolo di guaritrice del villaggio, e che quindi lui si sarebbe dovuto occupare assieme a lei del loro bambino (già sapeva che sarebbe nato un maschio) e delle faccende di casa.
Lui sul momento restò un po’ perplesso. L’idea di avere finalmente una nuova compagna lo rendeva felice, ma cercò di farle notare gentilmente che lei probabilmente non era più in età fertile, ma lei lo rassicurò. Era consapevole di ogni organo del suo corpo, e sapeva di essere fertile, e che il suo corpo si stava già preparando ad accogliere una nuova vita.
Il rito dell’unione si celebrò nel giorno dell’equinozio d’autunno davanti ai capi del villaggio, con molta sobrietà, come era appropriato per un’unione decisa in età matura. L’atmosfera era serena, e tutto il villaggio partecipò con sincera gioia per quella nuova unione.
Dieci mesi dopo, il 17° giorno del mese del Sole Pieno, nel cuore dell’estate, nacqui io.

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